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TRACCIA 04

  • Immagine del redattore: GAMBINO FLAMINI architetti
    GAMBINO FLAMINI architetti
  • 11 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

La cosa che ci fa più piacere sentirci dire


C’è una cosa che ci capita di sentire abbastanza spesso quando incontriamo nuovi clienti. “Abbiamo visto il vostro sito.” Fin qui, niente di particolarmente originale: è abbastanza normale che prima di contattarci qualcuno vada a curiosare tra i nostri progetti, guardi le fotografie, cerchi di capire chi siamo e soprattutto che tipo di progetti facciamo.


Poi, però, arriva la parte che ci fa davvero piacere.

“Ci è piaciuto che ogni progetto sia diverso dall’altro.” Oppure: “Non si vede uno stile ripetuto.”


Ogni volta che ce lo dicono ci guardiamo e pensiamo la stessa cosa: meno male.

Perché per noi è un complimento enorme.


Non perché non abbiamo un gusto, delle preferenze o delle cose che ci piacciono più di altre. Ne abbiamo eccome. E naturalmente, lavorando insieme da anni, abbiamo anche imparato a riconoscere alcune costanti nel nostro modo di progettare. Ma non abbiamo mai pensato che il nostro lavoro dovesse lasciare la stessa impronta su tutte le case.


Non siamo molto interessati alla nostra firma


Forse perché non abbiamo mai creduto molto nell’idea dell’architetto che entra in una casa e porta con sé il proprio stile, come se avesse una collezione di soluzioni da distribuire ai clienti.

“Questa è la casa di Gambino Flamini architetti.” No. Questa deve essere la casa di chi ci ha scelti.



Il nostro lavoro, per come lo intendiamo noi, è molto più simile a una traduzione. Ci sono i desideri del cliente, le cose che ama, quelle che ha visto e che vorrebbe riproporre, quelle che invece non sopporta, il modo in cui vive, le sue abitudini, la famiglia, il lavoro, gli oggetti che possiede già e quelli che arriveranno.


Poi ci sono la casa, le sue proporzioni, la luce, quello che si può demolire e quello che invece conviene conservare, gli impianti, il budget, i vincoli e tutte quelle cose molto meno poetiche che fanno parte di una ristrutturazione.

Noi prendiamo tutto questo e proviamo a metterlo in ordine. Prima sulla carta, poi nello spazio.


È per questo che due nostre case possono essere completamente diverse


Una può avere colori forti e un’altra quasi nessun colore. Una può essere piena di mobili recuperati, un’altra avere arredi molto contemporanei. Una può avere una cucina protagonista al centro della casa, un’altra può chiedere di nasconderla completamente.

E non è una contraddizione: semplicemente, il progetto cambia perché cambiano le persone che lo abiteranno.

Pensiamo alla cucina, per esempio. È uno degli ambienti che ci capita più spesso di progettare e, forse proprio per questo, uno di quelli in cui ci accorgiamo maggiormente di quanto sia inutile avere una soluzione predefinita.


C’è chi vuole cucinare guardando fuori dalla finestra, chi vuole stare seduto sull’isola mentre qualcun altro prepara la cena, chi vuole nascondere tutto appena ha finito di cucinare e chi invece lascia volentieri libri, piatti, bottiglie e qualsiasi altra cosa sulla superficie di lavoro.


C’è chi sogna un open space e chi, dopo averlo provato, ha capito che preferisce poter chiudere una porta.


In Casa Madama, per esempio, la casa ci ha portato da una parte


Nel progetto di San Salvario la cucina è diventata uno dei punti centrali della casa, anche per il modo in cui viene vissuta e per la relazione con il terrazzo. Non abbiamo deciso prima che quella casa avrebbe dovuto avere una cucina importante: è successo progettandola.

La distribuzione, la luce, gli spazi disponibili e le abitudini di chi la vive ci hanno portato lì. In un altro appartamento, con persone diverse e una pianta diversa, probabilmente avremmo fatto esattamente il contrario.


Ed è proprio questo che ci interessa.


Lo stile, se arriva, arriva dopo


Forse è anche per questo che non partiamo quasi mai da una parola come “moderno”, “classico”, “minimal” o “contemporaneo”. Sono definizioni che possono essere utili per iniziare una conversazione, ma difficilmente bastano per progettare una casa.

Ci interessa molto di più sapere come vi svegliate, dove fate colazione, se lavorate da casa, se avete bisogno di silenzio, se la sera vi piace stare tutti insieme, se avete una montagna di libri, se cucinate davvero o se la cucina vi serve soprattutto per preparare il caffè.


Sono queste informazioni, apparentemente poco architettoniche, a costruire il progetto.

Poi arrivano i materiali, i colori, gli arredi, le luci. E a quel punto anche l'estetica comincia a raccontare la persona che abiterà quella casa.



Forse una casa riuscita è proprio quella che non sembra progettata da noi


Ci piace pensare che, entrando in una casa che abbiamo progettato, non si riconosca subito la nostra mano, ma le persone che ci vivono.

I loro libri, il tavolo che hanno scelto insieme, quella lampada recuperata dalla casa precedente, il colore che all’inizio sembrava un azzardo e che poi è diventato quello preferito. E anche quelle cose che magari noi non avremmo scelto, ma che lì dentro hanno perfettamente senso perché appartengono alla loro storia.

È proprio questo che ci piace vedere: quando una casa comincia a riempirsi di cose che non erano nel progetto, ma che fanno capire che il progetto ha funzionato. La casa cambia, si riempie, prende nuove abitudini.


Ed è giusto che sia così.

Perché il nostro lavoro non è consegnare una casa finita e immutabile, ma creare uno spazio abbastanza solido da poter accogliere quello che verrà dopo di noi.


Se entrando lì dentro qualcuno chiede chi l’ha progettata, saremo sicuramente contenti di raccontarglielo.


Ma se invece dice:

“Che bella casa. Si vede che è proprio la vostra!”

allora, per noi, è ancora meglio.





 
 
 

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Giuliano Gambino Architetto P.I.08840990017 - Maria Lucilla Flamini Architetto P.I.02677800399
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